Se cerchiamo sul dizionario la parola “solitudine”, quello che troviamo è una definizione molto semplice: “la condizione di chi è, o vive, solo” (Lo Zingarelli 2001).

Ma è sufficiente questa definizione a spiegare che cosa significa realmente la solitudine? Forse il primo errore è quello di parlare proprio di solitudine al singolare… ciascuno di noi ha vissuto sicuramente più momenti di solitudine, tuttavia ogni solitudine vissuta è unica e differente dalle altre. E allo stesso modo ogni persona vive solitudini diverse, spesso difficilmente confrontabili.

Ci sono solitudini cercate, solitudini forzate, solitudini volute.

Una sola parola forse non basta a dare diverse definizioni…è particolare che in inglese la parola solitudine si traduca con 3 termini diversi in base all’accezione che vuole essere data:

  • Solitude: solitudine
  • Loneliness: isolamento, malinconia
  • Aloneness: essere da solo

Per E. Bornia “La solitudine, nella sua dimensione metaforica, è una condizione ineliminabile della vita; in essa si riflettono desideri di riflessione e di contemplazione, di tristezza e di angoscia, di silenzio e di preghiera, di attesa e di speranza. Ma nella solitudine non viene mai meno lo slancio vitale che ci porta ad ascoltare quello che avviene nel mondo, e ad essere in consonanza con i valori della vita e della solidarietà; senza rimanere imprigionati nelle maglie aride e prosciugate del nostro io”.

Per Z. Bauman “la solitudine è quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione”.

Per questi autori quindi la solitudine, che troppo spesso consideriamo con una valenza negativa, ha invece una valenza vitale, costruttiva. Basti pensare ai tanti artisti che sfruttano la solitudine per creare le proprie opere… la creatività si sviluppa proprio in un clima di solitudine in cui c’è spazio per l’intuizione e l’ispirazione.

Eppure esiste una condizione in cui lo stare da soli comporta una grande sofferenza. Chi non si è mai sentito solo seppur in mezzo a tante persone? Sempre E. Bornia scrive nel suo testo (la solitudine dell’anima): “Solitudine e isolamento non sono la stessa cosa: Essere soli non vuol dire sentirsi soli, ma separati temporaneamente dal mondo e dalle persone e dalle cose per rientrare nella propria interiorità e nella propria immaginazione (senza perdere il desiderio e la nostalgia della relazione con gli altri). Siamo isolati invece quando ci chiudiamo in noi stessi, perché gli altri ci rifiutano o più spesso sulla scia della nostra stessa indifferenza… La solitudine si nutre di silenzio, l’isolamento è impastato di mutismo”. E’ evidente quindi come spesso viene utilizzata in maniera errata la parola solitudine per definire il sentirsi solo, forse meglio rappresentato dalla parola isolamento… infatti il termine solitudine rimanda più a un significato di libertà che di restrizione o limitazione, cosa che invece richiama l’isolamento.

Quando nasce la solitudine? Per S. Freud il pensiero nasce in assenza dell’oggetto quindi collega l’evoluzione personale con il sentirsi soli, separati dall’altro (la madre) dunque la solitudine è uno dei primi stati d’animo avvertiti tanto da dar luogo a complessi processi e reazioni imperniate sull’elaborazione della separazione dalla madre. E’ la solitudine, con la percezione di essere separati dall’oggetto, a dare impulso nell’evoluzione psicologica dell’essere umano allo sviluppo del pensiero, la solitudine quindi aiuta lo sviluppo dell’interiorità.

Talvolta la solitudine quindi è fondamentale, anzi necessaria. Parlare di solitudini dunque non significa necessariamente parlare di aspetti penosi e dolorosi dell’uomo. Ci sono solitudini positive, che servono a crescere e a conoscersi. Le solitudini fanno parte della vita di ciascuno, diventano qualcosa di doloroso e pericoloso quando comportano una chiusura definitiva verso il mondo, quindi quando si trasformano in isolamento.

 

“Un uomo può essere se stesso soltanto finché è solo. Se non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”

                                                          Arthur Shopenhauer, Parerga e Paralipomena

 

Dott.ssa Chiara Cruschelli

Le solitudini di chi non è solo

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